Concerti e smartphone: stiamo vivendo o registrando?
Negli ultimi anni i concerti e i festival musicali sono cambiati profondamente. Non nel suono, non nei palchi, ma nel modo in cui il pubblico li attraversa. Basta uno sguardo a qualsiasi evento live per accorgersene: centinaia di schermi alzati, mani che riprendono, occhi che osservano attraverso una lente. I concerti sono ancora esperienze collettive o sono diventati contenuti da archiviare?
La domanda “stiamo vivendo o registrando?” non è nostalgica, ma necessaria. I concerti nascono come esperienza effimera, irripetibile, legata a un momento preciso. Lo smartphone, invece, promette permanenza: salvare, rivedere, condividere. In mezzo, c’è un equilibrio sempre più fragile tra presenza e documentazione.
Concerti come esperienza: il valore dell’essere lì
Tradizionalmente, i concerti erano fatti di corpo, suono e spazio. Vibrazioni fisiche, sudore, folla, attesa. Non esisteva replica perfetta: chi c’era, c’era. Chi non c’era, perdeva qualcosa. Questa irripetibilità rendeva i concerti intensi, quasi sacri.
Oggi, nei concerti, l’esperienza diretta convive con il bisogno di testimoniare. Registrare diventa un gesto automatico, quasi difensivo: “se non lo filmo, non esiste”. Ma filmare cambia il modo in cui si è presenti. Nei concerti, lo sguardo si sposta dal palco allo schermo, dal momento al risultato.
Questo non significa che i concerti abbiano perso valore, ma che il modo di viverli è mutato. La presenza fisica non coincide più sempre con la presenza mentale. Si è lì, ma con una parte dell’attenzione già proiettata altrove: su chi guarderà il video, su chi metterà like, su chi commenterà.
Smartphone ai concerti: memoria o distanza?
Uno degli argomenti più usati a favore degli smartphone ai concerti è la memoria. Registrare serve a ricordare. Ma la memoria non funziona come un archivio digitale. È fatta di sensazioni, non solo di immagini. Nei concerti, il ricordo più potente non è quasi mai il video, ma l’emozione associata a un suono, a un momento, a una persona accanto.
Paradossalmente, più si registra, meno si ricorda. Nei concerti, l’atto di filmare crea una distanza emotiva. Si diventa osservatori del proprio presente. Il gesto tecnico prende il posto dell’esperienza sensoriale.
Eppure, il bisogno di registrare nei concerti è comprensibile. Viviamo in una cultura che misura il valore attraverso la condivisione. Un momento sembra incompleto se non può essere mostrato. I concerti diventano così anche prove di partecipazione: esserci non basta, bisogna dimostrarlo.
Concerti, social e performance dell’esperienza
I social hanno trasformato i concerti in contenuti. Ogni evento è anche una narrazione: storie, reel, clip. Non si va solo ai concerti per ascoltare musica, ma per produrre immagini di sé in quel contesto. Il festival diventa scenografia, il palco uno sfondo identitario.
In questo senso, i concerti assumono una doppia funzione: esperienza reale e performance digitale. Il pubblico non è solo spettatore, ma anche creatore di contenuti. Questo cambia il comportamento collettivo: si cercano i momenti “filmabili”, si anticipa il ritornello, si alza il telefono prima ancora che accada qualcosa.
Il rischio è che i concerti vengano vissuti in funzione del dopo, non del durante. Il valore dell’esperienza viene spostato dal momento presente alla sua riproducibilità. E ciò che non è registrato sembra perdere importanza.
Il punto di vista degli artisti sui concerti e gli smartphone
Anche gli artisti hanno posizioni diverse sull’uso degli smartphone ai concerti. Alcuni li accettano come parte integrante del pubblico contemporaneo, altri li vivono come una barriera. Suonare davanti a una distesa di schermi può ridurre il senso di scambio emotivo che rende i concerti vivi.
Alcuni musicisti hanno provato a vietare l’uso dei telefoni durante i concerti, invitando il pubblico a vivere il momento. Queste scelte generano dibattito, ma pongono una questione centrale: cosa rende un concerto davvero tale? L’ascolto? La condivisione? La presenza reciproca?
Nei concerti, l’energia è circolare. L’artista dà, il pubblico restituisce. Quando l’attenzione è frammentata, questa circolazione si indebolisce. Non scompare, ma cambia forma.
Stiamo perdendo qualcosa nei concerti?
La risposta non è netta. I concerti non sono peggiori, sono diversi. Ma qualcosa si trasforma. Si perde una parte di immersione totale, quella sensazione di essere completamente assorbiti dal suono. In cambio, si guadagna la possibilità di rivivere frammenti, di condividere, di portare l’esperienza fuori dallo spazio fisico.
La domanda giusta non è se sia giusto o sbagliato usare lo smartphone ai concerti, ma quanto spazio gli stiamo concedendo. Registrare tutto significa vivere poco. Non registrare mai può sembrare una rinuncia. L’equilibrio sta nella scelta consapevole.
Tornare a vivere i concerti senza rinunciare al presente digitale
Forse la soluzione non è il rifiuto della tecnologia, ma una nuova educazione all’esperienza. Scegliere alcuni momenti da filmare e altri da vivere. Accettare che non tutto debba essere salvato. Nei concerti, come nella vita, l’intensità nasce spesso da ciò che resta solo nella memoria.
Vivere davvero i concerti significa permettersi di essere imperfetti, non documentati, non condivisi. Significa ascoltare senza mediazioni, guardare senza filtri, lasciarsi attraversare dal suono. Il video potrà ricordarci dove eravamo, ma non come ci sentivamo.
Concerti tra presenza e archiviazione
In conclusione, i concerti oggi si muovono tra due poli: esperienza e archiviazione. Non siamo obbligati a scegliere uno solo, ma siamo chiamati a esserne consapevoli. Registrare non è sbagliato, ma sostituire l’esperienza con la registrazione lo è.
La vera sfida è restare presenti. Perché un concerto, quando viene davvero vissuto, non ha bisogno di essere salvato. Rimane.
